Il burkini e i fantasmi dell’intolleranza

Mentre in Francia sta scoppiando la polemica per quel paio di burkini comparsi sulle spiagge della costa Azzurra, da noi in Svizzera le autorità elvetiche, così come la corte europea dei diritti del uomo, hanno valutato e dato più importanza all‘interesse delle ragazze minori a integrarsi socialmente.

Impedire loro di partecipare alle lezioni di nuoto porta solo a frustrazioni ad una autostima ridotta e magari anche a fenomeni di marginalizzazione e ghettizzazione.
Secondo me la scuola è una palestra d’integrazione e non è solo un luogo per imparare nozioni di matematica o fisica. Deve insegnare anche i modi del sapere vivere insieme in questa nostra società multietnica e multiculturale.

È un dovere morale istruire e informare le nuove generazioni, i futuri cittadini, alla tolleranza e alla conoscenza delle diversità e dei valori come la solidarietà e la tolleranza. Nella nostra società complessa e pluralista e in continuo mutamento la parola tolleranza si presenta come una necessità indispensabile per la nostra convivenza.

Uno degli obiettivi principali che dovrebbe porsi oggi l’autorità cantonale, comunale e anche federale è quello di promuovere occasioni di dialogo grazie a dei progetti mirati.
Solo attraverso l’educazione si potranno trasmettere autodisciplina e comportamenti adeguati così da permettere a tutti di poter partecipare e convivere in modo sereno e naturale la propria religione sia in privato che in pubblico.
Oggi è la questione religiosa a provocare i contrasti più profondi fra autoctoni cristiani e immigrati musulmani ostacolando il sereno cammino verso la reciproca tolleranza.
Secondo il mio modesto parere di donna musulmana “non praticante”, per esercitare la tolleranza verso gli altri cristiani o di un’altra fede non servono solo leggi e ordinamenti ma ci vuole il giusto buon senso, un vero ragionamento sereno, razionale ed equilibrato, uno sforzo per la comprensione e per l’accettazione dell’altro.

Per gli autoctoni, muoversi in un nuovo ambiente colorato di veli, foulard, niqab, caftani e burkini comporta l’immersione in un misterioso palcoscenico che può apparire così strano da suscitare risentimenti, timori, smarrimenti e perfino reazioni d’intolleranza.
Non dobbiamo solo essere pro o contro ma dobbiamo essere tutti impegnati a trovare valori compatibili con il sapere vivere assieme in un spazio sereno e accogliente, dobbiamo essere capaci di tutelare i diritti delle donne con o senza veli o burkini.

Dobbiamo tutti quanti impegnarci sul piano individuale ma anche su quello collettivo affinché i valori della cultura locale siano trasmessi senza intolleranza e le manifestazioni di diversità non siano più fonte di angoscia e di paura. È solo con un’adeguata educazione che impareremo a convivere con le diversità e sapremo trovare le soluzioni e i giusti compromessi per vivere insieme.

AMINA SULSER, MEMBRO del GRUPPO INTEGRAZIONE DI LOCARNO

L’odissea di un bracciante clandestino

Comunicato stampa

Locarno, 12 gennaio 2017

Il caso di Nikola Hadzjevski, il bracciante macedone scomparso quest’estate nella Valle Onsernone, è ben lungi da essere risolto. Il suo corpo, ad eccezione della gamba, resta introvabile. Le cause dell’accaduto non sono state individuate. Tutto sembra esser lasciato all’oblio. Si vede che per taluni migranti la speranza del “ritorno a casa” non è realizzabile neppure da morti.

La vedova, signora Cona Hadzjevska, è giunta in Ticino lo scorso 6 dicembre. Ha visitato i luoghi del parziale ritrovamento e ha incontrato con commozione e riconoscenza i promotori delle azioni di solidarietà che le hanno offerto un generoso sostegno. Il pretore Luca Losa, in segno di rispetto e di considerazione nei riguardi delle sue condizioni, ha avviato in tempi eccezionalmente brevi la procedura per il riconoscimento della morte. La richiesta della signora Cona di farsi consegnare le povere ossa trovate vicino alla cava del Piano delle Cascine per portarle al più presto in patria sarebbe potuta essere soddisfatta se la condizione impostale non fosse stata quella di dar scarico agli inquirenti e consentire alla chiusura ufficiale dell’indagine. Gli anziani genitori di Nikola non le chiedevano altro che di farsi consegnare qualcosa da poter mettere in bara e onorare in pace nel cimitero di Strumica. Ma la signora Cona con molta sofferenza non se l’è sentita di mettere una pietra sopra a una vicenda che proprio in mezzo alle pietre si è misteriosamente consumata. Pur manifestando cortese apprezzamento per l’attenzione rivolta al dramma del marito, nell’incontro con il procuratore pubblico Moreno Capella, essa ha esposto i suoi dubbi e presentato per scritto una decina di domande. Queste domande, come si potrà ben vedere, avevano lo scopo di evidenziare le lacune rilevabili nel lavoro degli inquirenti. A più di un mese di distanza dall’incontro, la vedova non ha ancora ricevuto nessuna risposta.

Per evitare che un ingeneroso e ingiustificato sospetto si insinui fra i cittadini, portandoli/inducendoli a pensare che l’impegno investigativo, di fronte a una scomparsa misteriosa come quella di Nikola, sia legato all’origine, o peggio, sia proporzionato al peso sociale della vittima, è doveroso che chi, come il Gruppo integrazione di Locarno, fin dall’inizio si è sentito coinvolto nella vicenda, si faccia portavoce della famiglia Hadzjevska per rendere pubbliche le domande rimaste inevase e sollecitare gli inquirenti all’entrata in materia.

1. Perché quest’autunno, prima dell’arrivo della neve, si è deciso di sospendere definitivamente le ricerche di Nikola? Perché queste ricerche, pur coprendo un vasto territorio di bosco, sono state effettuate con mezzi inadeguati, ovvero con l’uso di cani alpini addestrati a ritrovare persone disperse sulle montagne anziché, come da più parti consigliato, con cani molecolari, gli unici capaci di reperire attraverso l’olfatto i resti umani di un cadavere?

2. Come mai nelle ricerche effettuate non è stato trovato nessuno degli oggetti che Nikola portava con sé: gli scarponi, l’orologio, il marsupio (con il denaro, i documenti e il telefonino) il sacco (con due bottiglie di grappa e quattro stecche di sigarette)?

3. Come mai nella capanna dell’alpe d’Arena, dove Nikola soggiornava e lavorava dal maggio 2016, non è stata trovata la sua la valigia che, stando alle testimonianze, conteneva sei jeans, diverse magliette, biancheria intima, calze ….? Da chi è stata cancellata la sua presenza nella capanna e per quale oscuro motivo?

4. Sapendo o dovendo sapere che Nikola aveva un telefonino, è stata fatta una ricerca sui tabulati, per verificare in particolare le sue ultime chiamate?

5. A parere della moglie e degli amici più stretti, Nikola era un uomo forte e coraggioso che non aveva paura a camminare di notte in montagna. Il fatto che sia caduto percorrendo il sentiero meno impervio è pur sempre possibile ma sembra strano, quasi inverosimile.

6. Gli amici di Nikola la sera del 10 luglio l’hanno visto salire dal versante destro, come si può spiegare che la sua gamba sia stata trovata sul versante sinistro?

7. Nelle sue telefonate a casa, Nikola riferiva di un conflitto con il datore di lavoro. C’erano inadempienze e rancori. Il datore di lavoro, secondo Nikola, si comportava male e in modo aggressivo. I rapporti erano molto tesi. Gli amici macedoni che accompagnavano Nikola a Vergeletto e alcuni suoi amici onsernonesi che lo frequentavano erano al corrente di questo situazione. I nomi di possibili testimoni sono stati forniti alla procura. Perché dopo più di cinque mesi non sono ancora stati sentiti?

8. Il datore di lavoro era in arretrato con il versamento degli stipendi. Di fronte alla improvvisa scomparsa di Nikola, come ha potuto questo padroncino far credere che il suo bracciante, non ancora regolarmente retribuito fosse tornato/scappato in Macedonia? Perché non vedendolo apparire alla data stabilita, egli se n’è guardato bene dal chiedere al gerente del Ristorante Fondovalle se l’avesse notato passare la sera del 10 luglio o dal telefonare agli amici macedoni che avevano fatto da tramite e di cui lui conosceva il numero di natel per avere informazioni? Perché invece di allarmarsi dell’assenza di Nikola ha subito cercato di inventarsi per suo conto una sorta di alibi? Oltre il resto, in un caso come questo, non sarebbe ipotizzabile il reato di omissione d soccorso?

9. Nikola aveva parlato agli amici di due altri stranieri che lavoravano con lui sull’alpe d’Arena, un bosniaco e un tedesco, probabilmente ingaggiati alle sue stesse precarie condizioni. Di questa presenza erano al corrente non pochi abitanti del luogo. Da quanto si sa anche loro lamentavano cattivi rapporti con il datore di lavoro. Perché la polizia non ha cercato di individuarli e di raccogliere la loro testimonianza sulla scomparsa di Nikola?

Dimostrare di aver cercato con rigore e determinazione una risposta plausibile, se non esaustiva, per ognuna di queste domande sarebbe un doveroso riconoscimento di giustizia nei confronti della vittima e della sua famiglia. Nello stesso tempo, potrebbe costituire un titolo di merito per una magistratura che, magari un po’ tardivamente, vincendo l’inerzia iniziale, dà prova di muoversi al di là della procedura di routine per garantire senza pregiudizi e senza risparmio di risorse i diritti di cittadinanza di una persona fragile: i diritti di un clandestino venuto a lavorare e a morire in una valle generosa di un paese poco ospitale.

Per il Gruppo integrazione di Locarno

Gianluigi Galli